© 2000 by Gabriele Chiesa
[IMMAGINI ANCORA DA INSERIRE]

Fin verso la fine del secolo scorso il professionista del ritratto fotografico preferisce chiamare atelier e non studio il luogo dove svolge il suo lavoro: il termine francese ben si presta per accreditare l'equivoco sull' "arte" della rappresentazione ed aumentare la confusione tra pittura e fotografia. Una folta schiera di fotografi si è in passato preoccupata, e altri ancora continuano a farlo oggi, di sottolineare quel tanto o quel poco di manualità che il processo ottico e chimico richiedono.

Una sorta di complesso di inferiorità perseguita la fotografia da un secolo e mezzo: la meccanicità dei procedimenti appare ai più incompatibile con la raffigurazione del volto umano che tutta la nostra storia culturale ci ricorda essere fatto a "immagine e somiglianza" del Creatore. È per questo che un minimo di controllo creativo sulla produzione delle icone è il prezzo da pagare per rendere accettabile il sacrilegio.

Studio fotografico di fine 'Ottocento con veranda per il controllo della qualtà dell'illuminazione.

Una cosa è consumare materiale fotografico che serva per ricordare a noi stessi quando i figli correvano sul prato, altra cosa è affidare ad una dignitosa immagine il compito di rappresentarci permanente presso gli altri. È così che, con particolare disponibilità psicologica ci si recava dal professionista che orgogliosamente si dichiarava pittore-fotografo. Un buon numero di artisti alla fine dell'Ottocento abbandonano il pennello per passare a trafficare con lastre e sostanze chimiche, per alcuni di loro la scelta si dimostrerà reversibile, la maggioranza continuerà invece ad approfittare dei proventi che la nuova attività in promettente espansione si dimostrerà in grado di fornire.

In effetti, difficile è stabilire fino a che punto gli interventi e le scelte dell'operatore siano determinanti per il conseguimento di alcuni risultati e di conseguenza quali siano i confini tra arte e artigianato. Ciò era tanto più vero quando i materiali sensibili erano fabbricati dagli stessi operatori che li utilizzavano. L'equivoco viene costantemente alimentato dai tempi di Daguerre ad oggi con diverse ed attente scelte: una di queste consisteva in passato, nel mostrare, stampati sul retro dei cartoncini di supporto che le stampe avevano, i simboli della pittura intrecciati e confusi con quelli della fotografia. Un'altra decisione che i professionisti presero per sottolineare la qualità del loro lavoro e la non riproducibilità dilettantistica di certi procedimenti fu l'adozione di raffinatissime tecniche che consentivano un ampio intervento manuale e portavano a risultati di altissimo pregio.

Dorso di montaggio anonimo che assimila l'arte fotografica alla pittura (immagine ancora da inserire)
Dorso di montaggio con la dichiarazione di "Pittore". (immagine ancora da inserire)

L'antracotipia, i processi alla gomma bicromata, alla gomma azotipica, agli inchiostri grassi ecc. consentivano l'ottenimento di "textures" originalissime e la possibilità di estendere il controllo del contrasto non solo all'immagine nel suo complesso ma ai singoli particolari di essa. Dopo l'annerimento diretto, l'uso di fototipi plurimi, lo spoglio progressivo degli elementi dell'icona fino alla densità desiderata e il riporto delle polveri o l'uso degli oli, permettevano di fabbricare fotografie che poco avevano a che spartire con i sali sensibili che all'inizio avevano contribuito a formarle. Ogni pezzo ridiventava così qualcosa di unico ed irripetibile aumentando a dismisura, e questo era ciò che veramente interessava, il suo valore economico.

L'abilità e il costo in termini di preparazione professionale e tempo che queste tecniche richiedevano fecero progressivamente cadere in disuso ogni complessa manipolazione ma la possibilità della loro applicazione è stata ed è un sostanzioso argomento a favore delle tesi di coloro che ancora oggi sostengono l'impossibilità di tracciare un confine preciso tra fotografia e pittura.

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