© 2000 by Gabriele Chiesa
[IMMAGINI ANCORA DA INSERIRE]

La fotografia è nata come tecnica di riproduzione della realtà: partendo da questa è possibile manipolare tutta una serie di fattori come l'inquadratura, il contrasto, il colore le reazioni chimiche in gioco, la forma e la prospettiva delle figure. Rimane però sempre la necessità di partire da qualche cosa che già esiste. Non si tratta infatti di dar forma ad un materiale: la fotografia serve piuttosto a dar materia a una forma. Ciò implica una serie di operazioni ottiche e chimiche che consentono trasformazioni e sottrazioni sul complesso dell'immagine; aggiunte sono possibili solo servendosi di altre immagini.

Sulla legittimità degli interventi manuali si discute fin dai tempi di Niepce che, tra i primi a tentare la via della fotografia, disperato, dopo anni di tentativi insoddisfacenti, propose nel 1829 a Daguerre di ritoccare le lastre in modo da rendere più leggibili le incerte immagini che su queste si formavano. Daguerre ne fu scandalizzato e rispose che "la natura ha la sua ingenuità che non deve andare distrutta": era questo l'inizio dell'estetica oggi conosciuta come "fotografia pura". Ben presto i pittori cominciarono a servirsi della fotografia e i fotografi a dichiararsi pittori, iniziarono così le discussioni sull'artisticità del procedimento fotografico.

Resta comunque il fatto che, se i processi ottico-chimici hanno particolari limiti, altrettanto si può dire per la pittura e il disegno: il mezzo tecnico condiziona inevitabilmente il prodotto.

Fermandoci poi a considerare i tradizionali schemi artistici di fabbricazione delle icone, ci rendiamo conto che, se un tempo essi erano impiegati per ottenere diversi scopi (informazione, documentazione, istruzione, ecc.), vengono ora utilizzati essenzialmente per farne prodotto commerciale o arte fine a se stessa. Nessuno più si sogna di incidere una lastra di rame per stampare una serie di immagini sacre da vendere davanti alla Basilica di Padova: economicamente molto più produttiva è la fotoincisione (magari di un antico dipinto). La macchina fotografica rimane quindi oggi uno strumento flessibile in grado di insegnare la matematica o la geometria, fare poesia o pornografia, ricattare o adulare, scrivere, scherzare e mille altre cose ancora; volendo ci si può anche far fotografie che servono a "far fotografia", ma questo è proprio il suo uso più inutile.

Milioni di fotoamatori nel mondo si dedicano a generi ben riconosciuti e delimitati quali, ad esempio, il nudo: vengono in questo modo prodotti annualmente quantitativi impensabili di raffigurazioni, che, lungi dal costituire un omaggio alle donne, ne consacrano invece il ruolo di oggetto e, in questo caso, anche di strumento di consumo. La spaventosa maggioranza di queste fotografie, una volta esaurito lo scopo di consentire illusioni di arte nate a causa del soggetto comunemente ritenuto "artistico", è destinata a non lasciare alcuna traccia di sé. Sarà sempre possibile ripetere qualcosa del genere in qualsiasi tempo e in qualunque parte del mondo.

Le immagini più banali che fanno invece la vita di ogni giorno e, in definitiva, la storia, sono invece snobbate perché poco degne. Probabilmente il racconto di una gita in automobile con code sull'autostrada (e forse queste cose appartengono già al passato), pattume in pineta e allucinato rientro, non ha molte probabilità di affermarsi ad un concorso fotografico ma ne ha molte di più di diventare un documento di rilevante importanza storica. Il risultato è che oggi gli archivi rigurgitano di negativi con tagli di nastri, pose di prime pietre e manifestazioni varie, mentre sono pressoché introvabili le immagini degli ambulanti banditori, militari in libera uscita anche solo di trent'anni fa.

Un qualificato contributo alla diatriba su fotografia-arte o fotografia-documento avrà forse la possibilità di esprimersi nelle aule dei tribunali italiani. La legge n. 633 del 1941, definita con il decreto n. 19 dell'8 gennaio 1979 riconosce il valore di opera alle fotografie con spiccato valore artistico (diritti tutelati per quarant'anni), mentre ogni altra immagine può essere riprodotta vent'anni dopo la sua pubblicazione. Riusciranno i giudici a risolvere l'annoso dilemma arte o documento?

scarto di polaroid (immagine ancora da inserire)

Cosa rappresenta questa fotografia? Si tratta di un prodotto artistico? Riproduce qualcosa di reale?
In realtà si tratta si tratta di uno scarto che raccolsi da terra di fronte ad un antico monumento ravennate, nota meta turistica.
Probabilmente la fotografia nasceva come semplice immagine ricordo e forse doveva ritrarre una persona. Il caso fortuito ha trasformato l'oggetto in qualcosa che l'autore ha ritenuto indegno delle intenzioni e che io ho invece riconosciuto come atto creativo involontario. L'immagine è certamente il prodotto di fenomeni ottico chimici oggettivi ed è quindi, a suo modo, un documento. Manca fose solo l'intenzionalità per farne un prodotto artistico. In ogni caso l'immagine mi piace così come è. per le sensazioni e l'emozione che suscita in me.
Riproporre questa polaroid pubblicandola qui le conferisce poi una posizione di rilievo, rispetto ed attenzione che la rivestono di dignità al di là della volontà di chi l'ha realizzata.
Forse il centro della questione non sta nelle cose che si guardano ma nel modo in cui si guarda.

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