Ho rifatto un gioco che mi divertiva da bambino: il prelievo dell’impronta digitale con calco in vinavil.
Si stende uno strato liquido di collante, si attende pazientemente che si asciughi, infine si solleva delicatamente il calco. Non è pelle, ma sembra pelle. Te la levi con lo stupore di non farti male: ci restano impressi tutti i meandri di un disegno unico per sempre al mondo, che identifica la tua individualità. Ma non sei tu, non è la tua pelle: è un prelievo della tua impronta digitale. Ciò non toglie che gettandolo poi in un cestino, puoi avere come la sensazione di avere buttato via qualcosa di tuo.
Che cosa c’è in una fotografia? La questione sta tutta nel termine “consapevolezza”. L’intimo legame tra l’immagine rappresentata ed il soggetto ripreso ha spesso insinuato ambiguità che tendono a sfuggire alla coscienza di chi osserva.
Quello che si vede qui non è ciò che potrebbe apparire e cioè prodotto del prelievo della mia impronta digitale. Si tratta piuttosto della restituzione effimera, sul tuo schermo, di un file dati ricavato da una scansione dell’originale. Eppure la nonna continuerà a mostrare sullo schermo dello smartphone la foto digitale dei nipotini dicendo “questi sono Francesca ed Alessandro” e l’immigrato si rifiuterà di lasciarsi prelevare le impronte digitali.
Impronte. Ma di cosa parliamo quando parliamo di impronte?
Nel porre la domanda "Che cosa è una fotografia in una fotografia?" si pone anche la questione di cosa sia un'impronta in un'impronta perché per definire un concetto ci si sforza insieme di usare termini di riferimento comuni e spesso accade che queste stesse parole assumano significato diverso per chi le usa.
In ogni discussione, come parrebbe ovvio, tutto sta a intendersi.
A questo punto la questione diventa: “di che cosa parliamo quando parliamo di fotografia?”
 
 
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