Il procedimento al collodio umido produceva un negativo, ma Frederick Scott Archer si rese conto che l’immagine sottoesposta e sbiancata poteva essere osservata in positivo ponendola su un fondo scuro. Fu così che egli, insieme a Peter Wickens Fry, giunse a sviluppare un metodo per ottenere “positivi” diretti su lastra. Il procedimento originario al collodio umido prevedeva lo sviluppo in acido pirogallico e produceva immagini molto scure, poco adatte alla visione e non confrontabili con la brillantezza dei dagherrotipi. Archer fu il primo a proporre nel suo “Manual of the Collodion Photographic Process”, pubblicato in prima edizione nel 1852 e poi ancora nel 1854, la sbianca con cloruro mercurico.

Lo sviluppo con solfato ferroso produce un’immagine di tono grigio-argento e meno bruna e calda di quella che si ottiene con acido pirogallico che va pertanto sbiancata con una soluzione cloruro mercurico in acido cloridrico o acido nitrico.

La necessità di ottenere immagini abbastanza luminose e modulate da poter competere con successo con i dagherrotipi spinse alla ricerca di soluzioni di trattamento per gli ambrotipi al collodio umido che conferissero un aspetto più luminoso alle riprese fotografiche.

Il vertice della qualità fu raggiunto con l’avvento dell'ambrotipo alabastrino.
Va chiarito che il temine “alabastrine” appare in lingua italiana come un vocabolo femminile plurale, ma il termine inglese "Alabastrine ambrotype" va reso in italiano con i termini "ambrotipo alabastrino" che definiscono esattamente la lastra fotografica ottenuta con questo procedimento.

“Alabastrine” è però la denominazione commerciale di un prodotto chimico, preparato e venduto a partire dal 1858 da Mr. Henry Squire, titolare della Squire & Company al n.52 di King William Street, London Bridge.

La composizione esatta del preparato sbiancante non fu mai resa pubblica e Mr. Henry Squire la tutelò con gelosia. Tuttavia più di un fotografo e chimici di grande competenza studiarono la questione e giunsero a proporre soluzioni che comunque includevano l’impiego del cloruro mercurico. Nel giro di una ventina d’anni si affermarono preparazioni di sbianca alternativa ma il cui risultato era sostanzialmente equivalente a quello offerto dal prodotto commerciale originale “Alabastrine” autentico. Questi metodi alternativi divennero rapidamente popolari e la loro affermazione trovò identificazione nel termine unificante di “alabastrine”.

Qui di seguito le riproduzioni tratte da alcuni numero del 1858 del periodico “Photographic Notes” Journal of the Photographic Cociety of Scotland and Manchester Photographic Society, edito da Thomas Sutton, B.A.

Questi documenti permettono di ricostruire le origini della questione “Alabastrine”, che come si vede furono tormentate da ipotesi, illazioni e rivendicazioni che rimangono tuttora irrisolte, in assenza di informazioni certe sulla formulazione del prodotto di Mr. Henry Squire che conserva tuttora il suo “segreto”.

Questo articolo verrà progressivamente aggiornato con la trascrizione e la traduzione in italiano dei testi.

Inserzione pubblicitaria della soluzione “Alabastrine”. Henry Squire & Co su “Photographic Notes” - 1 agosto 1858 - pag. 184


Lettera, datata 6 ottobre 1858, all’editore di “Photographic Notes” - 1 novembre 1858 - pag. 257. John Horseley, F.C.S. The Laboratory, Cheltenham

Inserzione pubblicitaria della soluzione “Alabastrine” e di altri beni di produzione fotografica . Henry Squire & Co su “Photographic Notes” - 15 novembre 1858 - pag. 272

Lettera, datata 22 novembre 1858, all’editore di “Photographic Notes” - 15 dicembre 1858 - pag. 285. Henry Squire & Co

Risposta editoriale in “Photographic Notes” - 15 dicembre 1858 - pag. 287 ai rilievi sollevati dell’inventore del prodotto “Alabastrine”

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