Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio. All’inizio del novembre 2014 furono posti in asta su ebay tre dagherrotipi sicuramente italiani con note originali. La dagherrotipia fu praticata in Italia in modo decisamente limitato rispetto alla popolarità di cui il processo godette in America. La produzione risulta quantitativamente inferiore anche rispetto alla Francia ed all’Inghilterra. In Italia il ritratto fotografico si affermò  solo a partire dagli anni successivi al 1855, con le lastre al collodio e le stampe carte de visite all’albumina.

I tre rarissimi pezzi, provenienti da un collezionista privato di Parigi, furono pertanto contesi tra alcuni appassionati che ne compresero l’importanza storica. Uno dei dagherrotipi fu acquisito dall’amico Paolo, entrando a far parte delle Chiesa-Gosio Collections. Un altro pezzo finì a Madrid, presso lo studio Atelier Petzval. La destinazione del terzo dagherrotipo è ignota. Le note associate agli oggetti fotografici dimostravano che la provenienza era unica: la famiglia Stiozzi Ridolfi di Firenze.
Uno dei dagherrotipi, raffigurante tre donne a mezzo busto, riporta sul dorso la nota a penna: “M.a Teresa Ricci di Modena / Marianna ed Elena figlie / G. Stiozzi Ridolfi F. (fece) nel 24 Ap. / 1844 in 25 Secondi a ore 10  3/4”.

Quello nella collezione Chiesa-Gosio, raffigurante una coppia di giovani sposi, riporta sul recto la nota a penna “M.a Giulia Stiozzi, Alberto Albertini. / 4. Marzo 1844. G. Stiozzi fece in 30 secondi con tempo nuvolo.”
Sul dorso sta scritto, sempre a penna, “Giulia ed (lacuna) Albertini. / Nel 4 marzo 1848. In 90 secondi, a ore 12. / con tempo nuvolo, G Stiozzi Ridolfi fece.”

Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio, plate: 72x80 mm.

Diversi elementi inducono a concludere che le confezioni dei dagherrotipi non siano quelle originarie. Il dagherrotipo ora nella collezione Chiesa-Gosio si presentava in un montaggio apparentemente originale. Tuttavia il vetro era pesantemente interessato al fenomeno di lisciviazione in alcalini del vetro. L’effetto visibile del degrado è la formazione di una sorta di condensa di aspetto oleoso sula sulla superficie del vetro, dove si formano numerose fini goccioline. Ciò può produrre seri danni alla superficie del dagherrotipo, qualora le sostanze chimiche entrino in contatto con la superficie del dagherrotipo. Gli idrossidi che si producono, formano carbonati con l'anidride carbonica dell'atmosfera. L'anidride solforosa presente come inquinante atmosferico porta in seguito alla formazione di solfati solubili, per cui il calcio e il potassio presenti nel vetro si trasformano in gesso e singenite. Gli effetti di questo degrado sono visibili su questo dagherrotipo. Un interessante approfondimento sulla lisciviazione del vetro è reperibile a questo link.

Effettuando lo smontaggio della confezione per la sostituzione del vetro è stato possibile effettuare vari rilevamenti. La lastra è priva di hallmark, di tipo relativamente piuttosto pesante, come lo erano le primissime in uso per la dagherrotipia. Angoli pieni, lisci e piatti, così come i margini della lastra: tutti elementi che caratterizzano le lastre più antiche. Misure: 72x80 mm.

La lastra era originariamente tenuta ferma in posizione da quattro sigilli gommati, che però sono subito apparsi incompleti, infatti sono presenti sulla lastra, ma non nella corrispondente posizione di fissaggio sui margini del riquadro passepartout. Altri dettagli hanno permesso di confermare che l’oggetto fu riconfezionato rispetto al suo montaggio primitivo.

L’immagine visibile sulla lastra argentata è caratterizzata da una forma leggermente ovale, riquadrata in presentazione dal passepartout tondo. Almeno un altro dei tre dagherrotipi Stiozzi andati in asta presenta simili caratteristiche. Nulla appare visibile al di fuori dell’ovale. Se si trattasse di un problema di copertura dell’ottica di ripresa il margine della figura sarebbe più sfumato e comunque tondo.

L’ipotesi che nasce spontanea è che si tratti di un dagherrotipo che riproduce un precedente dagherrotipo. I tempi annotati potrebbero dunque riferirsi alla ripresa in riproduzione e che il dagherrotipo originale fosse dunque ancora più antico.

La famiglia Stiozzi, originaria di Montelupo, è di antica nobiltà. Discende da Girolamo (1494-1560), Filippo (1462-1528), Piero (1433-1505) e Baldino (1536-1610), ammesso alla cittadinanza fiorentina nel 1594. Registrati come stamaioli, si trasferirono a Firenze nel quartiere di Santo Spirito, gonfalone del Nicchio.

Antonfilippo (1641-1724), sposò nel 1686 Isabella del marchese Piero Ridolfi e fu padre di Giuseppe (1689-1726), gentiluomo di camera del cardinale Francesco dei Medici, che aggiunse il nome Ridolfi.

Antonfilippo di Giuseppe (1752-1824), sposò Maria Maddalena del barone Franceschi raccogliendo l'eredità dei Mercati Neroni, ma con la morte del figlio Giuseppe, nel 1816, la sua famiglia si sarebbe estinta. Pertanto egli adottò nel 1818 il nipote della moglie Girolamo Da Cepperello col vincolo di assumere il nome del figlio: Giuseppe Stiozzi Ridolfi.

Ecco dunque l’autore del dagherrotipo che stiamo qui considerando: Giuseppe Stiozzi Ridolfi, già Girolamo Da Cepperello. Egli sposò Giovanna di Amerigo Antinori ed ebbe quattro figlie: Maria Maddalena sposa di Bartolomeo Bartolini Baldelli, Giulia (1822-1862) sposa di Alberto Albertini, Enrichetta (1827-1854) sposa di Ferdinando Ulivieri, e Matilde (1828-1953) sposa di Riccardo Bucelli.

Il dagherrotipo raffigura proprio Giulia Stiozzi e suo marito Alberto Albertini, in un atteggiamento di contatto affettuoso piuttosto inconsueto nelle pose di quel tempo.

Giacomo Brogi, aprì uno studio a Firenze nel 1864, ma era già attivo come fotografo dal 1856. Egli ricorda nelle sue memorie che i primi a praticare la dagherrotipia a Firenze furono i marchesi Garzoni, Giuseppe Stiozzi-Ridolfi, il tenente Berretti ed Orazio Fenzi. Approfondimenti su questo argomento possono essere trovati su "Toscana in Fotografia Italiana nell'Ottocento”.

Forse il marchese Stiozzi ebbe scambi di informazioni con lo scienziato fiorentino, ottico ed astronomo Giovanni Battista Amici, amico di Fox Talbot fin dal 1822, ed in seguito in rapporto con Chevalier, Lerebours e Fizeau. Amici fu tra i primi a sperimentare la dagherrotipia a Firenze.

In ogni caso i dagherrotipi realizzati da Giuseppe Stiozzi Ridolfi, come quello qui considerato, si pongono agli albori della fotografia e rappresentano le più antiche tracce originarie della dagherrotipia in Italia.

© 2015 by Gabriele Chiesa

Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio, lisciviazione del vetro 1   Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio, lisciviazione del vetro 2   Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio, dorso del montaggio   Dagherrotipo Stiozzi ©Chiesa-Gosio, dettaglio

Clicca sulle miniature per vedere le illustrazioni ingrandite dell'album immagini.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

Go to top